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Premio IoRacconto anno 4*


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Testi e Foto Premiati


Ecco tutti i testi dei premiati e le foto dei vincitori dell'edizione di IoRacconto '09!


Sezione Narrativa Senior

1° Premio
- Maurizio Bongioanni - Il giorno dei figli bastardi
Quale immensa gioia era poter uscire da quel covo di moribondi. Poter solcare la porta dingresso, lasciandosi dietro la puzza di malattia stantia e far abbracciare alle narici il profumo della primavera. Quel giorno ero particolarmente contento. La telefonata di Roberto la settimana prima mi aveva riempito il cuore di contentezza e di speranza, non lo nascondo. Speranza di non essere inutile, non ancora. Come invece era quellantipatico di Pietro che stava sempre dalla porta, come il maggiordomo decrepito del castello, e che uscendo mi aveva detto: Vedrai, vedrai che non arriverà. Ma va a quel paese, vecchio bacucco! Ero talmente di buon umore che non dissi nulla e lasciai perdere. Mi sentivo protetto da una sicurezza speciale. Uscendo dall'ospizio, ero passato dal corridoio dove tutti i vecchietti si accalcavano per non far nulla. Stavano lì, come la muffa sulla marmellata a guardarmi passare e le loro occhiate mi parevano colme di silenziosa gelosia. Che pena. Ma diamine! Quello era il mio giorno, cosa stavo a pensare agli altri. Sole. Così non lo vedevo da tempo. Sentivo la primavera come una nuova madre. Certo i colori erano diversi da quelli che si percepivano da dietro il vetro opaco della mia stanza. Abbassai di un poco il getto del polmoncino dacciaio portatile. L'aria era buona. Che voglia di disfarmi di tutti quei tubuli che mi ostruivano il naso con ossigeno sintetico. Mi sentivo stuprato ad ogni passo. Là dentro non ci facevo caso, ma qui fuori era intollerabile. Alle nove e mezzo ti passo a prendere. Mi raccomando, pa. Puntuale! Ora erano le nove e dieci minuti e quellospizio da fuori continuava ad odorare di vecchio. Intorno, a parte il cemento della statale, il resto pareva tinto da grossi pennelli verdi. Non avevo mai visto gli alberi sotto quella veste. Sembravano anche più grandi. Quella di tenere i vetri così sporchi era sicuramente una tattica per far sentire ancora più vecchi. Sicuro. Mostrare tinte spente per far abituare alla morte. Brividi al sole lungo la schiena. Una boccata di aria sintetica. Nove e quindici. Il momento si faceva più vicino. Il momento in cui avrei rivisto mio figlio. Era quasi un anno che non mi veniva a trovare. Lultima volta erano venuti, sì c'era anche la moglie se non ricordavo male, i nipoti no, non c'erano. Capisco. Portare dei bambini in un ambiente così deprimente... Metterli davanti ad un salto generazionale così grande. Erano però arrivati negli ultimi minuti dellorario visite con quella torta così secca. Forse non sapevano cucinare. O forse mi avevano dato gli avanzi del cena. Ma a cosa stai pensando. Ero rimasto contento di quella veloce visita, di quel piccolo sacrificio - come mi sembrava di aver letto sulle loro facce. Sei vecchio ma non stupido, Aldo. Te ne sei andato di tua spontanea volontà quando hai capito di essere un peso e nessuno ha cercato di fermarti. Una volta chiuso qui dentro nessuno ti viene a trovare. Abitano a casa tua, Aldo. Quella loro era la tua casa, una volta. Smettila! Sono quasi le nove e mezza. Aspettiamo. Senza ripensare a queste.

2° Premio - Paola Mammini - Il Lavavetri

Una giornata come tante. Diversa e al tempo stesso uguale a tutte le altre. Aver lasciato la propria terra, la propria famiglia, quello che resta della vecchia casa, per cercare di dare un senso, qui, in questo paese “libero”, all’orgoglio di appartenere alla razza umana. E trovarsi adesso, qui, davanti a queste automobili ostili, a questi vetri sui quali inventarsi un lavoro. La mia vita in una spugna umida e un secchio appoggiati a un semaforo che, come una sirena di una fabbrica, scandirà i tempi del mio lavoro: verde - riposo, rosso - al lavoro. 15 secondi di riposo, 20 di fatica.
Il semaforo non è un buon compagno di lavoro. Mai una volta che si blocchi un’ora sul rosso, dandomi più tempo per escogitare nuovi disperati tentativi di adescamento. Costringendo per un’ora tutti gli automobilisti a farmi no con la mano e con la testa fino ad esaurirli. Costringendoli ad abbassare quello sguardo che grazie al verde liberatore di solito mi lanciano dritto negli occhi per poi sparire nell’indifferenza. Un’ora per passare e ripassare davanti ai loro vetri, frontali, laterali, posteriori. Vederli presi in trappola nel doversi confrontare così impietosamente con la mia condizione di “extracomunitario lavavetri ruba lavoro parassita della società”. Vederli tremare all’idea che io e loro possiamo in qualche modo avere qualcosa in comune, fosse anche solo il fastidio per il caldo di una giornata afosa. E invece no. Il semaforo scatta dopo 20 secondi e ho appena il tempo di accostarmi al marciapiede per non essere travolto dalla loro fretta.
Credo di aver ormai affinato una tecnica interpretativa infallibile circa le reazioni delle persone al volante che ogni giorno hanno la sfortuna di capitare al mio semaforo.
C’è quello che guarda dritto davanti a sé, e che continuerebbe a guardare nel vuoto anche se mi mettessi a ululare nudo. «Non lo guardo, quindi non esiste». Questo deve essere più o meno il suo pensiero. E non è un pensiero da poco. In questo atteggiamento, scelto in una situazione solo apparentemente banale, si nasconde tutto il suo modo di pensare e di vivere. Noi extracomunitari rappresentiamo un problema sociale e nazionale e siamo i primi a rendercene conto, ma per lui siamo qualcosa da ignorare, una realtà da considerare estranea se non addirittura inesistente, per il timore di dovercisi confrontare.
Ho pena di quest’uomo perché nel suo non sguardo non c’è luce. Ha definito un giorno le linee entro le quali spaziare con il suo piccolo nervo ottico e oltre quelle non vede. Non c’è luce nel suo sguardo perciò nessuna luce avrà la forza di cambiarlo.
Altri invece approfittano dei pochi secondi a disposizione in attesa del via, per ostentare tutto il loro “assennato e giusto disprezzo” nei miei confronti. Tengono la prima ingranata e al mio avvicinarsi scattano di poco in avanti, con un sorrisetto compiaciuto che aumenta di entusiasmo se accanto a loro è seduta una donna. «Perché non se ne tornano al loro paese!» Senza sapere che sono io il primo a desiderare con tutto me stesso di poter un giorno abbandonare per sempre questo “Eden” e riabbracciare la mia patria sfortunata.
O come altri che invece di dirmi semplicemente «No», lo fanno usando energie sufficienti a dire No a tutte le domande di una vita, come se quella circostanza rappresentasse l’ultima possibilità di pronunciare quella sillaba.
Poi ci sono quelli che invece non mi lasciano pulire il vetro ma sorridono. Come dire “non ti do un centesimo ma sono dalla tua parte e se solo potessi ti aiuterei”. Non credo siano in cattiva fede, ma alla fine della giornata con i loro sentimenti non ci mangio e, anche se me ne vergogno, alle volte vorrei farglieli inghiottire quei sorrisi solidali.
Ma c’è un’altra categoria, verso la quale la mia rabbia si trasforma in odio. Sono quelli che con aria infastidita, di fronte al mio accanimento, mi concedono di lavare il loro bel parabrezza per poi congedarsi con un mucchio di spiccioli buttati con sprezzo nelle mie mani mendicanti. Loro sono il mio incubo. Perché in nessuna occasione mi viene offerta così precisamente la misura di quanto terribile sia la mia condizione attuale. In qualsiasi altro momento della vita, messo di fronte alla più difficile delle situazioni, la solidità della mia persona, l’orgoglio dei miei sentimenti mi costringerebbero senza esitazione a prendere quel mucchio di sudici spiccioli e a ficcarli uno per uno nelle loro gole fino a farli soffocare. Ora so di non potermelo permettere, so di essere costretto comunque ad accettare anche quell’elemosina che sa di rancore. So di doverlo fare per mia madre e per mio padre che si aspettano da me anche solo lo spiraglio di un’occupazione che se non darà loro abbastanza per vivere, li aiuterà se non altro a non perdere la speranza nell’esistenza di un futuro. E so anche che accettando quei soldi manterrò vivo nel mio sordido elemosinatore il suo disprezzo per me, che andrà ad alimentare quello che già prova per tutto ciò che non è nobile ed estetico, per tutto ciò che ha un colore diverso dal suo.
Dov’è il riscatto per tutto questo, dov’è che dovrei orientare i miei pensieri per concepire un’idea che non sia quella di detestare questa vita che mi volta brutalmente le spalle?
Come una parte viva del mio corpo tengo sempre a mente le parole di Baldwin circa il concetto di uguaglianza riferito alla gente di colore. Penso a come si sorprendeva di fronte alle affermazioni e agli atteggiamenti “progressisti” che auspicavano per i negri la possibilità di diventare un giorno uguali ai bianchi. Uguale rispetto a cosa? Uguali a chi? Perché dovrei aspirare ad essere riconosciuto alla pari di un mio simile bianco, dal momento che mai, fosse anche per un solo istante, vorrei a lui somigliare. Somigliare ad un uomo che non sa essere uomo in mezzo agli uomini che non siano in tutto uguali a lui, che gode nel vedermi umiliato dalla sua superbia. Per lui sono doppiamente colpevole. Perché sono negro, e perché come extracomunitario metto a repentaglio il suo benessere sociale.
Per fortuna ci sono anche altre facce. Facce di gente che non vive tappandosi gli occhi, gente che come me conosce la difficoltà e l’affronta giorno per giorno senza girarsi dall’altra parte. È soprattutto grazie a loro che la sera, quando il comune interrompe il mio lavoro trasformando i colori della mia libera professione in arancione lampeggiante, riesco a mettere insieme il denaro per procurarmi un pasto e accendere un bot. Questa è una mia invenzione. Ogni sera, deduco il dieci per cento da quello che ho guadagnato - se sono 50 centesimi (e alle volte è successo) lo metto in una specie di cofanetto cassaforte. Dalla pagina economica del giornale che mi regala ogni mattina il “collega” coreano (venditore ambulante di quotidiani a cui in cambio offro la metà del mio pacchetto di sigarette), controllo una volta a settimana l’indice di rendita dei bot a 10 anni e, calcolato in percentuale a quello che c’è nel cofanetto, alla fine di quella settimana, metto da parte la somma equivalente. Più naturalmente il dieci per cento di quello che ho guadagnato in quella giornata esclusi gli interessi del bot. Molte volte non arrivo a fine settimana a raggiungere la somma percentuale, e allora cerco di andare a fare dello straordinario notturno nelle grandi arterie della città dove i semafori non conoscono il riposo. Ma è pericoloso. Il disprezzo, contenuto sotto la luce del sole, di notte diventa arma impropria nella mente dei ragazzini esaltati, razzisti per bisogno di emulazione e desiderio di machismo. Difendersi non è facile. Anche perché a meno di un kamikaze, non vedo chi rischierebbe la pelle per le ragioni di uno che come me non conta niente.
A fine mese quel cofanetto è lo specchio della mia miseria. L’andamento del mio bot risente costantemente del cattivo andamento di Piazza Affari. I miei azzardi borsistici risultano sempre perdenti. Lo so, non ha senso tutto questo, ma al mio paese quando ancora c’era un’università, la mia tesi fu anche pubblicata. Era un’analisi di come, nella storia, le grandi epopee borsistiche siano spesso state il frutto di oscillazioni dovute maggiormente a motivi sociali e comportamentali piuttosto che a fattori strettamente economici. Laurea in economia e commercio a pieni voti. Grandi progetti per il mio avvenire. Tutto questo mi manca.
Ho anche fatto dei colloqui da quando sono qui. Lo vedo il fastidio nei loro occhi. Non possono neanche tirare fuori la scusa della lingua. Madrelingua francese, parlo l’italiano da quando sono molto piccolo e l’inglese l’ho studiato a fondo. Allora recitano il problema della crisi del settore, la cassa integrazione, le pressioni fiscali, e «certo che è un bel curriculum, è assurdo che uno come lei abbia difficoltà ad inserirsi...»
Uno dopo l’altro. Il mio vestito buono si consuma, le loro menzogne no.
Allora ho incontrato datori di lavoro meno importanti. Piccole aziende, studi commerciali, negozi, bar, discoteche. Una consulenza amministrativa, magari di tanto in tanto. «Senta, e se per cominciare si mettesse alla porta a fare il buttafuori?» Tanto per conoscersi.
Non sono venuto dal mio paese dove ci si massacra per il pane, per dare cazzotti a un cretino venuto a fare casino con i soldi di papà.
Un mio amico di qui, laureato in architettura, pony express per necessità, ogni tanto si ferma al mio semaforo. E’ un ragazzo in gamba, mi ha fatto conoscere un sacco di cose di questa città. Una volta mi ha portato a casa sua e ha voluto che gli parlassi di me e del mio paese.
La cosa che mi ha fatto più effetto nel ritrovarmi a parlare di me, è stato soprattutto il piacere e la sorpresa di avere un interlocutore che fosse interessato a quello che dicevo, curioso di sapere qualcosa da me. Un’abitudine che avevo perso da tempo. L’ultima volta che qualcuno aveva preso in considerazione le mie parole era stato in occasione della mia laurea. Poi l’orrore della guerra aveva chiuso la mia bocca. Mi stupiva notare sul suo viso espressioni d’interesse. E più parlavo più la lingua sembrava riacquistare la sua vivacità, riportando alla luce eventi e ricordi che avevo invece ritenuto opportuno rimuovere in questa nuova vita, per non uscire di senno.
Avevamo bevuto insieme un tè alla rosa. Sua madre aveva fatto una torta alle mele, calda, morbida. Il rumore delle posate sul piatto, il fumo delle tazze, il sapore fragrante delle mele, la perfetta semplicità di quella situazione mi avevano distratto dai miei pensieri.
Mi accorsi, quel pomeriggio, dell’odio che avevo accumulato lentamente ma profondamente da quando pieno di speranze, ero sbarcato da quella nave clandestina sulla terra delle promesse. Me ne accorsi nel preciso momento in cui, ridendo ad una battuta del mio amico, sentii i muscoli del viso intorpiditi. Da quanto tempo avevo costretto le mie espressioni alla durezza e alla diffidenza. Da quanto tempo i miei occhi si erano affinati nell’arte di guardarsi le spalle.
Si era fatto tardi. Ed era bello che per una volta il tempo fosse trascorso senza essere scandito dal semaforo. La madre del mio amico ci diede la macchina per fare prima. Dovevo recuperare in fretta il mio secchio e la spugna (il cofanetto, quello no, lo tenevo sempre con me). In macchina mi trovai nella condizione privilegiata dei miei abituali clienti. Ne parlai col mio amico. Gli chiesi di evitare semafori, il disagio era tanto. Pur escogitando stradine interne capitò qualche grande incrocio.
Riconobbi dei polacchi e poi degli jugoslavi e messicani, filippini, pakistani... Per ognuno di loro Dio un giorno aveva creato una terra. Ma Dio non è infallibile evidentemente. Qualcuno più potente di lui quella terra la toglieva con la violenza e la spartiva a proprio piacimento. I più furbi si adeguavano e diventavano servitori di quel nuovo dio, i meno furbi, o più semplicemente i più sfortunati, venivano sballottati qua e là senza più patria, senza più un qualunque progetto di vita.
Ed eccoli qui, ai semafori delle città italiane, a litigarsi un finestrino, a morire di freddo nelle giornate d’inverno, a ubriacarsi per non ricordare, a bestemmiare e stare male.
Dalla mia postazione sembravano più disperati di quanto fossi io, ma sapevo che era un espediente psicologico tirato fuori al momento per non uscire da quella macchina e buttarmi sotto un autobus.
Un messicano si avvicinò sorridendo - e io, solo io, potevo sapere quanto quel sorriso gli costasse - indicando il vetro. Il mio amico gli fece un gentilissimo no con il dito, l’aveva appena fatto lavare al semaforo precedente. Quello insisteva, lui, sempre gentile gli diceva no. Quello insisteva e il verde non scattava. Guardavo il mio amico. Per quanto illuminato e sensibile riconoscevo nel suo sguardo l’insofferenza e il disagio per quella situazione. Scorgevo nel fondo dei suoi occhi un vago senso di fastidio vicino all’intolleranza. Quello prese la sua spugna e cominciò a lavare con vigore un parabrezza perfettamente lucido. Il mio amico era diventato nervoso. Il messicano era andato oltre il suo ruolo di persona cui offrire aiuto a patto che si fosse comportato con correttezza. Gli diede 50 centesimi probabilmente perché c’ero io. Ma in cuor suo sentiva di essere stato prevaricato. Quel messicano aveva imposto la sua elemosina e così facendo aveva negato la sua libertà di decidere.
Ero amareggiato e confuso. Capivo, davvero, capivo il mio amico. Lui è una persona perbene. Lui crede sinceramente nella fratellanza e nei valori dell’unione di tutti i popoli. Lui non ha bisogno di essere istruito sulle questioni di razzismo e solidarietà.
Tornammo al mio semaforo. Nessuno di noi due parlava. Ci salutammo con imbarazzo.
E’ da un episodio come questo che è facile capire come la questione di noi extracomunitari assuma il carattere dell’irrisolvibilità. Mi rendo conto di quanto non debba essere facile vivere in città dove a ogni angolo un viso implorante spera nel tuo buon cuore. E mi rendo perfettamente conto come non si possa fare offerte a tutti.
Anch’io quel giorno mi ero sentito urtato da quel messicano. Anche a me aveva recato disturbo la sua imposizione. Anch’io mi ero sentito braccato, attaccato dalla sua insolenza.
Ma a differenza del mio amico io non avevo sperato che diventasse verde. Perché so, lo so, quel verde non significa proprio niente.
Altre facce passeranno avanti con le loro macchine, attraverseranno la vita di quel messicano, la mia vita, sperando di lasciarsele alle spalle.
Ma io, “negro extracomunitario lavavetri ruba lavoro parassita della società”. Io con la mia miseria, la mia assenza d’orgoglio, la mia mancanza di vergogna, la mia smarrita dignità, rimango là.
E quanto più chi è al potere continuerà a non preoccuparsi di risolvere veramente i problemi dell’immigrazione, tanto più io rimarrò là, con la mia cultura che reclama giustizia a un semaforo.
E nei miei pensieri voi sarete persone da disprezzare tanto quanto io lo sarò per voi. Voi mi disprezzerete perché non mi conoscete. Io vi disprezzerò perché non volete conoscermi e nonostante questo vi permettete di giudicarmi.
E un giorno, il giorno del mio silenzio, se ne avrò la forza mi chiederò se sarà valso a qualcosa vivere in questo mondo che non ha orrore del dolore.
Per adesso lavo vetri, sperando che quel giorno non mi trovi con la mano che stringe il manico di un secchio, ma con la mano di mio figlio che mi darà la forza di non piangere.
Per adesso alimento il mio bot sperando che la borsa non mi faccia brutti scherzi anche oggi.


3° Premio - Sacha Biazzo- Il numero di Pamela Anderson

La notte non è buia, non fa paura
Il portone si richiuse alle nostre spalle frantumando il silenzio di S. Lorenzo con un rombo sonoro, quasi a suggellare con un tuono la decisione ormai presa. Quel giorno, il nostro destino sarebbe cambiato. O almeno, questo era quello di cui eravamo pienamente convinti in quel momento. Gli automezzi del Quadrifoglio gettavano acqua sul bagnato. Sciacquavano le strade con l’acqua dell’Arno; strade che parlavano arabo, cinese, napoletano, ma non italiano. Firenze ingrata e medievale stagnava col suo pantano a cielo aperto. Imperterrito Goran strinse la paura nei pugni e i pugni nelle tasche e si incamminò senza cercare il mio assenso. Lo seguii a testa bassa, guardandomi la punta delle scarpe. Lo stomaco mi si contorceva confondendo in un solo vortice i crampi con l’ansia e l’ansia con la fame. Era una notte da tregenda; stava venendo giù tutta la rabbia condensata nelle ultime generazioni di pianti inespressi. Era una pioggia cenozoica: originaria e formativa; avrebbe potuto riempire oceani e spegnere vulcani, ma non ci avrebbe mai fermati – mi ripetevo illuso. Avanzavamo in fretta, imbastarditi e schiaffeggiati dalla sorte e dall’acqua che ci arrivava a secchiate sul viso. Goran mi precedeva di dieci metri. Da buon gregario prendeva d’anticipo ogni angolo di strada. Nobilitato dalla fatica, sbatteva in fretta piedi e pensieri sui sampietrini, a file alterne. Da dietro era tutto un tintinnio di chiavi e filosofie da puncabbestia. Nella testa di Goran si smascellavano disgustati pensieri d’odio contro di me che ero basso e rimanevo indietro. Di preciso, non so quand’è che iniziammo ad avere fame.

Il mestiere del panchinaroA zona! Più larghi! Sciarvenn’ in fondo! Non date tutti addosso al playmaker! Ognuno la sua posizione!
La difesa
a zona non si faceva a quel modo balordo – doveva essere questo il concetto, – ma l’allenatore continuava a sgolarsi imprecando contro i dieci ragazzini in campo, miscelando liberamente termini tecnici inglesi e dialetto pignolese; un miscuglio che forse era il vero problema delle infinite incomprensioni, molto più della scarsa attitudine al basket da parte dei giocatori. Io e Goran, meno che dodicenni, eravamo gli unici a non sudare, comodamente adagiati sulla panchina continuavamo ad osservare disinteressati i nostri ipotetici compagni di squadra darsi da fare per arrivare a canestro e bucare la retina – come si suol dire in gergo. Eravamo panchinari fissi, anche durante gli allenamenti, che in realtà erano solo delle pallosissime simulazioni di partita. Noi eravamo ammessi solo al riscaldamento iniziale, che non ci serviva a molto visto che noi due non giocavamo mai – mai. Ma come dargli torto? Di pallacanestro non ne capivamo niente – anche se la difesa a zona non si faceva così, su questo non c’erano dubbi, nonostante il dialetto pignolese. Odiavamo quello sport: perché non potevamo giocare a calcio come tutti gli altri? Continuavamo a presentarci agli allenamenti solo perché ci avevano assicurato che in quel modo ci saremmo allungati; una crescita, dicevano, di almeno trenta centimetri – naturalmente, i soldi peggio spesi della nostra infanzia.
Iniziammo pian piano a provare cosa voleva dire stare come i pesci fuori dall’acqua, ma a quel tempo l’attesa era una condizione molto più sopportabile. Più attutita dalle speranze sicure di diventare due geni – Michael Jordan già allora non era una nostra preoccupazione. I supereroi che ci affollavano la testa non sudavano, non portavano scarpe da ginnastica firmate e più che altro erano bell’e sepolti da un pezzo.
Finito l’allenamento i nostri compagni di squadra si accasciavano stremati in un angolo libero della palestra, strisciando i piedi pesanti sul pavimento di linoleum. Erano tutti alti più di me e Goran messi uno sopra all’altro, ma all’epoca era una questione legata allo sviluppo precoce – ci dicevano. Il mister si ritirava in disparte per elaborare misteriosi schemi sulla sua lavagnette e loro sfiancati aspettavano che arrivasse ad annunciare le convocazioni per la partita di domenica. Ogni settimana sembrava che ci attendesse un incontro fondamentale che avrebbe pregiudicato definitivamente la salvezza in campionato – quale campionato, poi, non era chiaro. L’incontro in ogni caso, nonostante la nostra proverbiale assenza, finivamo sempre per perderlo, infangando così la memoria dei nostri gloriosi predecessori che di quei fantomatici campionati dovevano averne vinti un mucchio, da quanto si evinceva dalle foto appese nei corridoi della palestra. I nostri compagni di squadra col culo per terra e le casacche sudate rischiavano diverse polmoniti – anche se i malaticci del gruppo rimanevamo noi, – vivendosi l’attesa in preda all’ansia che si leggeva nell’impazienza dei loro gesti. Quel sentimento non era contagioso, su di me non attecchiva, semplicemente non mi riguardava, anzi certe volte risultava avere anche un effetto catartico. In situazioni simili mi ci sarei imbattuto successivamente all’università, quando la mattina presentandomi agli appelli mi ritrovavo immerso in un lago di angosce e patemi per degli esami a cui, effettivamente, io non ero neanche iscritto. In attesa del coach pignolese, io e Goran approfittavamo della stanchezza dei nostri compagnucci ormai privi di ogni voglia e forza di comunicare; li rimbambivamo con delle storie assurde, il più delle volte escogitate precedentemente a tavolino, o, per meglio dire, in panchina. Nel raccontargli fesserie eravamo titolari a pieno titolo. Si trattava di storie tutte incentrate sulla fica con al massimo qualche variante su culi e tette. Sapevamo come attirare l’attenzione di quei precoci lavoratori che si lasciavano rincoglionire dopo la sgobbata quotidiana – ce l’aveva insegnato la televisione. Abboccavano alle nostre fregnacce con molta facilità, e poi in qualche modo si dovevano pur distrarre dall’ansia e dal fiatone del momento. Quel giorno, però, me lo sarei ricordato molto bene negli anni a venire.
<
<Ho il numero di Pamela Anderson>> disse Goran, raccogliendo gli sguardi stupefatti di tutti, compreso il mio.
La vita ci ha preso e ci ha preso in giroIl posto che avevamo scelto per fare il colpo distava soltanto venti minuti di cammino furioso. In testa mi figuravo il percorso. C’era da attraversare a spallate gli irriducibili americani ubriachi che facevano capannello davanti al J. J. del Duomo. Da lì sgattaiolare in mezzo alle signorotte tenute in piedi da tacco e fondotinta, tutte intente a fare la passerella di fronte ai Gigli di Repubblica. Costeggiare Piazza della Signoria evitando di essere immortalati dagli ultimi instancabili giapponesi rimasti a pascolare intorno al cavallo del Granduca. E poi giù tirare dritto fino ad oltrepassare gli universitari affastellati sulle scalinate di S. Croce. Dovevo resistere soltanto altri venti minuti. Scaricare la tensione nei muscoli delle gambe. Incanalare la paura facendola scorrere nei nervi. Incastonare ogni angoscia nella sicurezza del movimento. Poi, finalmente, ci saremmo presi la nostra opportunità. Avremmo dato una svolta a quella insulsa monotonia sommersa che qualcuno più potente di noi voleva farci passare come la nostra vita. La vita ci aveva preso in giro, cedendo ogni giorno al domani, e il domani al niente, per sfinirci e obbligarci alla resa. Con la mano destra lambivo i muri dei palazzi, tamburellandoci sopra con il dorso delle dita. Quel gesto mi dava la sicurezza di non sbatterci contro. Era il mio bastone da non vedente. Quanto sarebbe stato più utile alzare la testa e guardare avanti. O anche indietro. Ma no, riuscivo a concentrarmi solo sulle mie scarpe. Allora ero troppo giovane per rendermene conto. I problemi iniziano a trent’anni. A venti, tutti pensano ancora di potercela fare con le proprie forze. Ancora quindici minuti.
Molestie telefoniche
<> Disse Goran ponendo fine all’incredulità generale, proprio mentre l’allenatore si face avanti con una voce goffamente istituzionale. Strano, neanche quella volta eravamo stati convocati.
Il numero di Pamela Anderson – questo era quello che diceva Goran – glielo aveva dato suo zio, che viveva da vent’anni in America. E su questo nessun dubbio – cartoline e persino una visita in Italia di qualche anno prima con me testimone rendevano l’informazione autentica. Meno vero era che lo zio, autorità nel campo dello spettacolo, avesse conosciuto la guardaspiaggie più famosa del mondo ad un festino a base di
cionna e alcol nella sua villa ad Hollywood. Che facesse il cameriere lo sapevo anch’io. Ma quella storia del numero di telefono mi incuriosiva così tanto che stentai a bollarla subito come una cazzata. Volevo prima verificare di persona. Chiamai la sera stessa.
All’epoca non esisteva internet. E se esisteva, noi non ne sapevamo niente. Ma non cambiava poi molto. In un modo o nell’altro il tempo lo perdevamo lo stesso. Qualcosa dovevamo pur inventarci per rifuggire la noia di quella provincia desolata che ancora ci cullava con paroline dolci per non farci accorgere del vuoto amaro e lucano che ci circondava. La nostra rivoluzione tecnologica erano i cellulari. Poco più che dodicenni già passavamo giornate smanettando dietro a sms e telefonate inutili. Da pionieri rincorrevamo una stupida e vuota esigenza comunicativa nascondendo evidenti richiami sessuali nel
ciao, ke fai? inoltrato sapientemente in serie a tutta la rubrica, femminile – per quanto mi riguardava.
Quella sera corsi a letto con un piglio luccicante ed eccitato negli occhi. Sul comodino il cellulare acceso attendeva con me, accucciato sornione sotto le lenzuola, che mia madre passasse per il rituale bacio della buonanotte. Aspettai che tutte le luci fossero spente e che il silenzio entrasse a svaligiare la casa da ogni rumore sospetto. Scorsi la rubrica fino a che non mi comparve quel nome: Pamela Anderson – come dire. Il display emanava un bagliore azzurrino e alieno nella stanza. Avevo il cuore in gola e la gola nelle dita che tremavano per l’effetto di una crescente tachicardia. Il pollice sinistro pigiò il tastino verde della chiamata senza esserne pienamente cosciente. Con la mano libera mi abbassai in un solo gesto le mutande e il pantalone e presi a menarmelo, infervorato e atterrito dalla situazione. Il segnale della linea telefonica emetteva un suono strano, diverso dal solito, e poi <> Gli squilli si ripetevano attentamente. Senza alcuna logica, la immaginavo abbracciarsi il telefono con addosso il solito costumino rosso – bagnato. L’attesa cresceva insieme al mio batticuore. Ad ogni pausa, un sussulto accompagnava anche la minima interferenza lasciandomi presagire l’inimmaginabile, tanto che stavo quasi per accontentarmi di quello stupido suono quando un rumore sordo di cornetta alzata arrestò la mia impazienza. Due attimi di silenzio volarono come due secoli. <> si udì dall’altro capo del mondo, ma a me dovette risuonare come un
ahhhi concitato ed orgasmico, ma forse l’orgasmo era il mio, dato che me ne stavo quasi per venire. <la puttana>> – non c’avevo proprio pensato. Buttai giù.

E il cagnolino rise
Da allora io e Goran siamo rimasti bassi. Sarà stato per le sigarette o per le seghe – ma in quel momento non aveva più importanza. Eravamo arrivati. Goran appoggiò la schiena zuppa di sudore e di pioggia al muro. Mancava poco alla chiusura. Eravamo giusto in tempo, come avevamo calcolato. La pioggia ormai scrosciava lentamente. Con quella strada il centro storico sfumava in palazzine stucchevoli e neoclassiche fino a disperdersi nei centri commerciali e poi ancora giù arrivando ai casermoni a dieci piani.
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<<…>>
<>
Da criminale operaio obbedii senza fiatare. Percorsi qualche metro poi trovai un gradino su cui sedermi. Era tutto bagnato – ma di sicuro non più di me. Per non attirare l’attenzione – precauzione inutile a quell’ora – cacciai il telefonino dalla tasca fingendo di avere qualcosa da fare. Presi a scartabellare la rubrica a casaccio. In quei dieci anni avevo cambiato tre cellulari ma avevo conservato sempre la stessa scheda. Man mano che i nomi scorrevano sullo schermino rettangolare mi ritornavano in mente come piccoli flashback le facce ebeti dei loro proprietari. Erano tutti
uagliò di Potenza – ma del resto, a Firenze non avevo conosciuto un’anima viva. Non che c’avessi mai provato: i sogni di gloria rendono insopportabile la veglia in compagnia. Ero troppo insofferente alla realtà per non confonderla con le persone che la popolavano. Ma che ne sapevano gli altri. Io ero destinato a grandi cose – io. Io che non avevo la forza per tirare una palla in un canestro: io a tredici anni avevo parlato con… avevo ancora il numero! Eccolo lì: Pamela Anderson. Dovevo averlo salvato sulla sim perché ce l’avevo proprio davanti a me: prima di Pezza e Papà cell. Iniziava con 001213, era quello, fuori da ogni dubbio. Mi ricordai di quella notte e senza pensarci troppo su, presi e chiamai di nuovo, dopo dieci anni. Avevo sì e no due euro, nemmeno sapevo se me la faceva fare la telefonata. La pioggia ora era definitivamente cessata e sentivo solo il segnale del telefono che squillava. E come la prima volta, prima un rumore poi la voce di una donna. Non riuscivo a ricordarmi se la voce fosse la stessa, né sapevo distinguere se fosse la sua o di qualcun’altra. Conoscevo solo la voce della doppiatrice italiana di Baywatch. Però – come ogni fan scrupoloso che si rispetti – avevo sentito i suoi sussulti autentici nel video amatoriale con Tomy Lee. <> - col tempo la mia conoscenza dell’inglese non era migliorata.
<> chiesi incredulo.
<> fece in tempo a dire, prima che la chiamata si interrompesse. Sarei scoppiato a ridere se la situazione non l’avesse impedito. Ero un autentico fesso. Per tutti quegli anni avevo creduto di aver parlato con Pamela Anderson, credendomi un privilegiato, un unto dal signore, un eletto. Goran doveva aver fatto dei numeri a casaccio usando il prefisso dello zio finché non gli aveva risposto una donna. E poi ce l’aveva spacciato con tanta sicurezza sapendo giustamente che non avremmo mai avuto il coraggio e soprattutto l’inglese per chiedere come si chiamasse.
Goran mi si parò davanti. <> domandò col grugno teso senza attendere risposta. <> disse e snudò il coltello a serramanico che fino ad allora aveva tenuto stretto in tasca. In un balzo si lanciò dentro il pakistano. Cercai di seguire la sua foga. Ormai ero convinto anch’io. O forse in quel momento non c’era posto per nessun ragionevole dubbio. Dovevo sublimare il terrore in ferocia. La mascella mi si serrò rispondendo al richiamo di qualche lontano gene battagliero. Feci per saltare anch’io dentro il locale – dovevamo cogliere il gestore all’improvviso, secondo i piani - ma la gamba mi urtò contro qualcosa. Abbassai lo sguardo. Ero inciampato in un cane spelacchiato che stava davanti l’entrata ad annusare la sfortuna e la morte. In quell’istante il tempo sembrò frammentarsi e proseguire come immagini in stop motion. Fissai l’animale per un secondo ma giurai di aver visto in quel secondo centinaia di fotogrammi di quello stesso cane che storceva il muso fino a farne uscire un sorriso. E in effetti: rapinare un pakistano per raggiungere il successo, che picaresca stronzata! Mi rigirai verso Goran. Lo bloccai per una spalla, prima che fosse troppo tardi. In fondo, avevamo ancora vent’anni, ce l’avremmo fatta sicuramente – ci dicevano.

Sezione Narrativa Junior

1° Premio - Amalia Moro - La Casa
Buio. Buio e polvere. Solo una lunga lama di luce striscia sul pavimento della
stanza. Sotto spessi strati di anni, ricordi e rimpianti si intravede un disegno, un
motivo che decora le piastrelle del pavimento, ma è difficile capire cosa sia. Lungo
il vetro pende un ritaglio di pizzo chiaro, quel che resta di una tenda, tutta
avvolta nei sottili e resistenti ricami dei ragni. Ragni. Ragni e ragnatele sono la
seconda cosa che noto qui. Ce n’è tanti sul soffitto, tanti che non si contano. Con
le lunghe zampe svolgono e riavvolgono le loro trame. Se lo avesse scritto un ragno,
questo racconto forse avrebbe narrato di come nella vecchia casa in cima alla
collina viveva una comunità felice e prospera, dedita alla caccia e alla tessitura,
che ovunque regnava una quieta ombra e che i piccoli gioivano alla vista delle mosche
ben pasciute. Io invece vi chiedo scusa. Questa casa è stata vostra per troppo tempo.
È la fine della vostra era. Questo che l’uomo ha costruito, a lui deve ritornare.
Sembra un po’ troppo solenne, vero? Ma a cosa altro si può pensare, in un gelido
giorno di marzo, col cielo coperto e un vento tagliente che agita appena, penetrando
dagli spifferi, quel misero straccio di pizzo e quei fili d’argento, tesi un po’
ovunque nella penombra? I mobili sono soffocati da pesanti coperte. Forse chi ha
cercato di proteggerli in questo modo contava di ritornare. Ma non l’ha fatto.
Sappiamo però che sulla vecchia poltrona, a giudicare dalle piccole impronte di
fango, ha riposato un gattino. Forse si è rifugiato qui in una notte di temporale.
Gli sarà piaciuto?
Quello che è certo è che mio padre, in un giorno di vento e di neve, è saltato il
macchina per firmare un contratto e questa casa che sto guardando, così estranea,
l’ha comprata.
Con la testa protesa fuori dalla porta, inspiro l’aria gelida che pizzica il viso, e
sento allontanarsi quell’odore di antico. Poi mi volto e osservo la tappezzeria
opprimente, a grandi foglie verdi, che raggiunge quasi il soffitto come se la stanza
fosse già invasa non solo da sterpi, ma da piante vellutate e carnose, che avvolgono
tutto.


Casa. Casa dolce casa. Siamo qui da un mese, e queste sagge mura mi hanno già
insegnato tanto. È vero, di sopra c’è una pesante culla da bambino, di metallo. È
vero, i ragni sul soffitto mi fanno rabbrividire. E la polvere. C’è polvere
dappertutto. Però oggi abbiamo sistemato, io e la mamma, le quattro traballanti
seggiole dipinte di fresco intorno al tavolo tarmato, nel centro del quale fa bella
mostra di sé un limoges trovato nella credenza. Incredibile. Quattro sedie. Un
tavolo. Ed è già casa. Non casa inteso come tetto sulla testa, ma casa inteso come
nido, casa inteso come luogo a cui voler fare ritorno. Che magia. Quattro sedie e un
tavolo. Casa.

Alberi e foglie. Alberi e foglie secche che scricchiolano sotto i piedi, il ciaff
dello stivale nel fango, mentre io avanzo, timorosa, nel folto del bosco sulla
collina. È affascinante l’idea che sia parte della casa. Non riesco, non riesco
proprio a dire: “E’ nostro, ci appartiene” perché mi pare un’evidente falsità. Il
bosco, la corteccia, le foglie secche, i sassi lisci, come si può pretendere di
possederli? A passeggiare nel bosco provo sempre uno strano brivido, e sensazioni
contrapposte. Da un lato sono affascinata, così da voler continuare ad avanzare
ancora tra i tronchi e le rocce muscose. Dall’altro provo come una vaga inquietudine,
mi sento un’intrusa, non proprio una nemica ma qualcuno da guardare con sufficienza e
una punta di sospetto. Cosa ci faccio qui? Appartengo a questo luogo?

Pazienza. Ce ne vuole parecchia, qui. Io e la mamma, appollaiate sulle scale,
lottiamo contro la tenace tappezzeria. Mai vista, una tappezzeria così. Si strappa a
piccoli pezzi, è una lotta di unghie, e poi spugna bagnata e spatola, spugna bagnata
e spatola. Ogni tanto, con uno strappo e un delizioso fruscio, si stacca un grosso
lembo. Allora ci fermiamo, ammirate, ad osservare l’intonaco bianco riportato alla
luce come se fosse il più incantevole degli spettacoli. Poi riprendiamo a staccare
minuscoli pezzi, come coriandoli. Siamo convinte che se rare volte la carta viene via
così naturalmente, ciò è dovuto solo alla carta stessa e al suo preciso e malevolo
intento di mostrarci quanto il lavoro potrebbe essere facile e piacevole, e quanto
invece non lo è.
La minuscola radiolina accompagna il lavoro con il suo ronzio insistente. I ragazzi
del paese mi hanno chiesto se voglio passare il pomeriggio con loro, mi dibatto tra
la consapevolezza che andare significherebbe cedere a mia madre la mia parte di
lavoro e il timore che il mio rifiuto venga scambiato per freddezza. Del resto,
giocheranno a pallavolo. Io sono un disastro, la rovina delle migliori squadre. Non
ha senso andare. E se andassi? Mi accorgo che sto torturando la tappezzeria con
raddoppiata foga. Basta, ho deciso, resto. No, vado. Anzi, no, resto.

Luce e pace. È passato quasi un anno. Siamo a febbraio, e io ho compiuto sedici anni
da una settimana. È una giornata stupenda, illuminata da un sole dorato, come se
volesse farci assaggiare prematuramente ciò che ci sarà concesso di godere in
primavera. Mi piace febbraio perché è il mese colorato e pazzo del carnevale. È un
mese invernale, eppure si sente già la fragranza di un tempo nuovo. Se penso a quel
giorno uggioso dell’anno passato, quando siamo giunti qui! E quanti cambiamenti: le
stanze ripulite, le tende in stoffe colorate, il morbido tappeto, la stufa che
scoppietta invitante. Sto amalgamando il colore per ridipingere la vecchia credenza.
Muovo il braccio con un gesto lento cercando di non rovesciare la pittura o combinare
danni, come di solito. Ci sono ancora dei ritagli di vecchia tappezzeria, e certo
ancora non pochi problemi da risolvere, ma mi sembra lontano il giorno in cui dovevo
accontentarmi di quattro sedie e immaginare il resto.
Non si può stare troppo tempo in casa. Con tutto il lavoro che c’è da sbrigare, il
cuore brama l’aria aperta e il sole. Qualsiasi scusa, qualsiasi compito va bene,
purché sia fuori. Sento nel petto uno strano dolore e un formicolio in gola. In città
non ti accorgi nemmeno che è arrivata primavera. Qui invece tutto sembra gridare per
questo evento previsto eppure ogni volta sconcertante.
Giù in basso, guardo il bosco. Si è fatto meno selvaggio. Papà, che scorgo laggiù
come una sagoma minuta, ha tagliato le piante secche, e ora tra la terra sbucano
fusti sottili, legati da un nastrino rosso, che diverranno un giorno robusto tronco e
ombra frondosa.
Tra i tronchi scuri occhieggiano le primule selvatiche.

Cosa c’è di più bello del dare un nome? Ad una persona, ad un oggetto, ad un luogo,
ad una ricetta… il nome è segno di affetto e appartenenza, rappresenta l’evidenza di
un legame. Mamma ha battezzato il bosco: ora si chiama, almeno per noi e sempre che
sia d’accordo: “bosco delle fate”. Mi piace questo nome: mi ricorda quelli fantastici
e fiabeschi di Anna Shirley, la protagonista di Anna dai capelli rossi. Così mi pare
di vederla passeggiare tra gli alberi, giungere le mani e proclamare, estasiata: “Oh,
ma questo posto è meraviglioso! Bisogna dargli un nome!”
Io ho battezzato il poggio: lo chiamiamo ora “Poggio di giugno”, nome che ho rubato
ad Astrid Lindgren. Ogni tanto devo rileggere Pippi Calzelunghe o Ronja e mi accorgo
di quanto questi libri facciano parte di me, e sappiano ancora incantarmi e farmi
sorridere e perfino farmi scoppiare in una risata interminabile. Ma quando sono qui,
c’è un suo libro a cui penso più di tutti ed è “Vacanze all’isola dei gabbiani”.
Anche lì erano protagonisti una casa, una casa di vacanza, un po’ diroccata, e una
famiglia, e un paese. La loro era una casa all’estremo confine del mare. La nostra è
all’estremo confine del paese di Molo. La riconoscerete facilmente, è quella in cima
alla collina, con le persiane azzurre.

Nel piazzale davanti alla chiesa mio fratello e gli altri ragazzi prendono di mira
Giobatta con i cachi. Lui si ripara dietro i tronchi, scivola accanto alle macchine,
saltella davanti al portone della chiesa, provocandoli, sperando che commettano
l’imprudenza di tirare e di macchiare inavvertitamente la sacra facciata. È un
mestiere difficile quello del Giobbi, che con i suoi tredici anni è il più grande tra
i piccoli e il più piccolo tra i grandi, a seconda delle giornate e delle compagnie.
Noi ragazze, accoccolate sulle panchine, li guardiamo e ridiamo. La messa è finita da
un po’, a casa ci aspettano e abbiamo tutti fame, ma ci piace aspettare ancora un
poco. L’aria è fredda e limpida. “Vieni a Molo, c’è un bell’autunno” mi ha detto mio
padre per convincermi a lasciare la città. Non sono pentita.

Mio fratello colpisce i rami con la pertica e su di me cala una pioggia di noci. Non
posso credere che lo stia facendo apposta, come fa a prendermi sempre sulla testa?
Eppure ci riesce e sto iniziando a dubitare che si tratti di un caso. Sdraiata tra
l’erba raccolgo a volte il guscio di noce pulito, a volte la noce compare attraverso
il mallo verde e spaccato, altre scivola tra le dita nell’involucro nero e marcio. Mi
ripeto quei versi di Emily Dickinson “…l’altro, più segreto, è il tormento del mallo
(o del riccio? Abbiamo due traduzioni discordi, mio padre preferisce “riccio”, forse
anch’io)/ solo i denti del gelo lo disserrano /nell’aria limpida del tardo ottobre”.
Oppure canticchio frammenti di vecchie canzoni, ed altre poesie imparate a scuola o
incontrate per caso. Penso anche alla casa, a come è cambiata, a come siamo cambiati
noi che l’abitiamo. Tutti i nostri anni, i momenti, le risate, i crucci, sono
raccolti in pesanti album zeppi di fotografie. Della casa, non ne abbiamo. Quando
papà la comprò era da poco arrivata anche per noi la macchina fotografica digitale.
Il rito, o la tortura, delle fotografie, mia madre che ci sistemava in posa, che
studiava la luce, che sistemava l’obiettivo e girava mille rotelle prima di essere
soddisfatta, non esiste più. Tanti scatti e nessuna foto. Quello che rimane,
purtroppo o per fortuna, sta nei nostri ricordi. Li raccolgo, abbondanti, nel prato.
Li raccolgo insieme alle noci, finchè il cesto non è pieno.

2° Premio - Viviana Maccarini - Sipario
Quando decise entrò in scena, si posò al centro della strada e pareva un ballerino titubante dietro al sipario. Aspettava che ogni particolare fosse al suo posto poi, quando sarebbe arrivato il momento, sarebbe entrato in scena. C’erano alcune cose che Sid non aveva pianificato, la fastidiosa luminosità della luna, il fruscio insistente delle spighe di grano nei campi addormentati e, soprattutto, l’angoscia dell’attesa: lo tormentava più delle zanzare, più dell’aria fredda che annunciava la minacciosa burrasca celeste ma, peggio, lo tormentava più del dolore atroce che sapeva che di lì a poco avrebbe provato. E come un gabbiano che si posa su un’ onda nera e viene inghiottito dal petrolio, Sid si lasciò inghiottire dai suoi pensieri. L’auto che stava arrivando dall’altra parte della strada grattava l’asfalto sporco, la polvere che si lasciava dietro pareva un grosso fantasma triste, lui non pensava, si era fatto un ripasso veloce delle persone che mai più avrebbe rivisto, quello sì ma non era niente in confronto allo sgomento agghiacciante che di lì a poco avrebbe provato, quando l’auto avrebbe girato la curva. La scena che gli si presentò davanti non aveva nulla a che fare con la paura, con il rimpianto o con la tristezza straziante che si prova dopo aver pianificato la propria morte e vederla realizzata, tutt’altro, quello che lui vide lo sconvolse a tal punto che il protagonista di quel pazzo scenario non era più la morte come all’apertura del sipario ma quella donna, sconosciuta, al volante. Sid riuscì a smettere di guardarla, c’era qualcosa di artificiale in lei, più Sid si concentrava nel capire cosa in quella donna lo turbasse così tanto, più si convinceva che ciò che stava guardando non era possibile. La macchina tagliò la curva e fu come se gli avesse stracciato le budella , strizzò gli occhi, come in un sogno lucido, non si stava sbagliando, la ragazza, quella donna, stava invecchiando, stava invecchiando, vide nei suoi occhi tristi la vita che le avrebbe rubato se buttandosi sotto le ruote l’avesse fatta sbandare. “Smettila!” urlò lui “smettila di invecchiare mi fai paura!”. Rimase sconvolto dalle parole che aveva appena lanciato in pasto al vento. Stava forse impazzendo ? Ad un tratto percepì una voce nella sua testa, sobbalzò e per poco non scivolò per terra. Era la voce di quella donna:“Perché lo vuoi fare? Non vedi che ucciderai anche me?”Un brivido scalò la schiena di Sid “Io…io voglio solo farla finita…tu non centri, sei tu che mi tormenti, vattene, lasciami morire in pace!!” “Puoi ancora farcela” continuò la voce “la vera morte inizia molto prima, sai? Arriva quando ti separi da te stesso, quando non sei in grado di provare più niente , io vedo ancora delle emozioni in te ,le percepisco”.“Io so solo che non ho più voglia di vivere, non so cosa mi spingeva a farlo, ma ora non mi va più”.“E’ l’urlo” disse la donna come se fosse un triste segreto che si era rinchiusa dentro “parlo dell’impulso animale dentro di te che si aggrappa alla vita. Chiudi gli occhi, ti farò vedere”. Sid chiuse gli occhi, li strinse così forte che quasi temette di ingoiarli e fu in quel momento che lo assalirono i ricordi. Si ritrovò ai lati di un autostrada in un campo, accanto a lui la donna lo invitò a guardare la scena. Un piccolo bambino dall’altro lato della strada stava urlando disperato, si riconobbe in quel bambino, era lui 30 anni prima. Il piccolo indicava un animaletto ferito che si stava trascinando dall’altro lato della strada, un riccio, tendeva le spine al cielo lontano, ma era lento e la sua vita troppo veloce.“Muoviti!” urlò il lui bambino “corri stupido! O ti uccideranno!”. Sid osservò la rabbia, la frustrazione, l’angoscia in quel ragazzino contro l’animale stanco, anche Sid ebbe voglia di urlare come il lui-bambino, percepì in quel “muoviti!” l’invito alla vita più forte che avesse mai sentito. Le ruote del camion strapparono via la vita al povero animale e la macinarono lontano, le spighe di grano ondeggiavano placide come testimoni impauriti che non avevano il coraggio di raccontare ciò che avevano appena visto, l’animale venne scaraventato ai lati della strada, dal suo corpo, rigido e muto, iniziò a sgorgare sangue nero e i suoi occhi, spenti e lontani, si chiusero. Era forse quello l’invito alla vita? Era forse sufficiente per andare avanti? “Non è abbastanza” disse infine Sid , la donna gli sorrise, “Andiamo avanti allora”. Quando riaprì gli occhi avvertì l’umidità del bosco, allungò lo sguardo, c’era una ragazza sdraiata sul prato tra due alberi, piccole gocce di pioggia si posavano sulla sua pelle morbida, rotolavano come perle sul suo corpo nudo e ne accarezzavano i contorni con dolcezza, delicati fiorellini rosa e fili d’erba si intrecciavano nei suoi boccoli rossi e scomparivano in quella chioma setata come la luna dietro le nuvole. Sid era là accanto a lei, ricordò come gli era sembrato facile essere felice tra quei sospiri, dunque bisognava vivere per questo? Per i momenti belli? No, ancora una volta questo non gli bastava. “Andiamo avanti” disse, distogliendo lo sguardo dalla morbida schiena bianca e prima che la pioggia ricominciasse a scendere notò che lei gli sorrideva. Sid rimase confuso, aveva pensato di ritrovarsi davanti ad un’ immagine forte, che lo spingesse alla vita o alla comprensione del suo significato, ma quello che vide gli parve così banale all’impatto che quasi ne rimase deluso. Vide un uomo seduto dietro alla scrivania del suo ufficio, rimase a fissare immobile la scena muta, non riusciva a trovare nulla di interessante in lui, spostò lo sguardo per la stanza, il suo interesse si fermò su un bocciolo di rosa, proprio sulla scrivania, si stava aprendo, e come una sposa rannicchiata che si resetta il vestito, i petali di pizzo rosso si distendevano. Sid cercò in quell’uomo la complicità, la meraviglia, davanti a quello spettacolo, ma non trovò niente, scorse solo le sue dita pazze come prese da un tic sclerotico battere morte sulla tastiera. Come è possibile? Pensò, abbandonò scosso quell’immagine, si chiese come era stato possibile illudersi di vivere, si avvicinò titubante a quel fantoccio ingobbito attaccato al computer e per un attimo, dimenticandosi che era se stesso, ebbe pena di lui, e proprio quando avvicinò la mano per sfiorargli la nuca calda la donna disse “E’ ora”.Quando Sid riaprì gli occhi capì che era giunta l’ora di morire, si ritrovò sulla strada, aspettò ad occhi chiusi, come un bambino prima di scivolare in un sogno, e si sentì il piccolo impaurito che tirava su le coperte per paura dei mostri del buio, si risentì cuore pulsante davanti al riccio morto la cui vita era stata bruciata sull’asfalto rovente d’estate , si risentì corpo, anima , carne, occhi e labbra e mani e profumo su quel corpo bianco, morbido e su quella chioma di boccoli rossi, si sentì rosa rossa davanti a quel lui con gli occhi velati da una patina bianca, quella che viene agli adulti, che viene quando smetti di sognare e si sentì tutto questo insieme lì in mezzo alla strada e pianse e rise e urlò e sprigionò tutte le emozioni insieme, le lanciò fuori come se si fossero incastrate in gola , Sid le lanciò fuori così, tutte d’un botto e quando riaprì gli occhi vide l’auto a poche spanne da lui, vide il corpo marcio della donna che stava diventando cenere. Fu in quel momento che Sid sentì l’urlo, lo percepì come un lampo a ciel sereno, come un bacio lunghissimo, come uno schiaffo a mani nude, lo percepì come tutte le emozioni insieme e fu allora e solo allora che urlò “No!!” e si lanciò sull’altro lato della strada, l’auto gli sfiorò la gamba e lui cadde nel campo, accolto dalle spighe dorate che fluttuavano leggere, come se si credessero meglio del mare, la macchina lo sorpassò proseguendo la sua strada e fu in quel momento che vide la donna al volante, per come era, bella, che ricambiò lo sguardo, che gli sorrise e poi sparì, luce ormai lontana in fondo alla strada e mentre Sid si chiedeva se tutto questo era successo davvero, la polvere grintosa e soffusa si sollevò e il sipario si chiuse.

3° Premio - Sara Ludovico - Una ragazza speciale

Siamo agli inizi del 1800, quando le persone più povere come i contadini si recavano in paese con i loro miseri calesse per comperare pane o attrezzi utili, mentre le persone ricche, nobili e colte si muovevano su lussuose e comode carrozze.
Una ragazza figlia della miseria, di nome Giselle, viveva a ridosso del paese, in campagna, dove suo nonno, abile ma povero contadino, faticava dalla mattina alla sera, e la nonna cuciva e lavorava all’uncinetto per poi vendere i suoi manufatti al mercato del paese.
Una mattina, quella meravigliosa mattina del giorno 25 aprile 1801, la nostra graziosa Giselle camminava con il solito vestitino verde che le aveva cucito la nonna, e si avviava per le vie del paesello canticchiando felicemente.
All’improvviso, immersa nei propri pensieri, si scontrò con una sua coetanea e l’impatto fu talmente forte che entrambe le ragazze persero l’equilibrio.
Quando Giselle alzò gli occhi si trovò di fronte una bellissima ed elegante ragazzina che indossava un vestito a fiori rosa, con le maniche a sbuffo, quelle che Giselle tanto sognava; sulla testa aveva un grande cappello con le piume, anch’esse rosa, ma di un rosa ora più chiaro, ora più scuro. Ai piedi portava scarpe con il tacchettino.
La osservava sorridendo, mentre un uomo (che sembrava un pinguino, oltre che un pignolo) continuava a ripulire il vestito della elegante signorina, che le disse:
-Scusa, è stata colpa mia, non guardo mai avanti!-
-No… tranquilla… io… io sto… sto bene - balbettò Giselle, ancora sorpresa dalla bellissima figura che aveva di fronte.
-Mi chiamo Madalè. In realtà il mio nome è Maria Maddalena, ma è un nome troppo lungo, così hanno preso le iniziali di Maria e il centro di Maddalena, ovvero dalè. Così mi chiamano Madalè.
- Io mi chiamo Giselle- disse la bambina.
- Dove abiti?-
- In una campagna a ridosso del paese. E tu?-
- Io abito precisamente in un castello. Sono figlia del re di un’altra città; mio padre lavora sodo e purtroppo è sempre assente, come del resto mia madre. Così Malcom, ovvero il cameriere, è la mia compagnia, e devo dire anche l’unica.
Sai, io frequento una scuola privata, e lì ognuno si fa i fatti propri e non fanno altro che parlare di denaro, denaro, denaro…-
Giselle era molto dispiaciuta di questo fatto, e così le disse:
- Mi sembri davvero molto sincera nei miei confronti. Mi dispiace che non hai amiche, ma credo che adesso una compagnia in più ce l’avrai: potremmo diventare grandi amiche noi due! Inoltre, essendo tu una principessa, pensavo fossi vanitosa e snob, insomma, con la puzza sotto il naso. Invece non sei così.
Madalè sembrava felice, gli occhi presto si colmarono di lacrime che subito andò ad asciugare, e le chiese:
- Vuoi venire con me, a casa mia, o meglio, nel mio castello?-
Giselle rispose subito di sì.
- Vado ad avvisare mia nonna. A dopo!-
- Sì vai, ti aspetterò qui, intanto chiamo la carrozza!-

- Nonna, ho conosciuto una ragazza che si chiama Madalè. È di famiglia benestante, è una principessa e vuole che vada nel suo castello, posso?-
Divertiti, piccola, ma ti voglio a casa domani mattina!-
Quindi mi farai anche dormire?-
- Ma certo. Buona giornata.-
Giselle entrò nella carrozza. Appena arrivata al castello, le disse:
- Benvenuta nella mia dimora, Giselle. Vieni nella mia camera.
Salirono le scale dell’immenso palazzo, e Madalè disse:
- Questa è la mia camera, dove dormirai anche tu. Che ne dici?-
Era una stanza bellissima, con modanature merlate, era luminosa e presentava due enormi letti a baldacchino, era dipinta con varie sfumature di colore chiaro.
Su una parete era affrescato un albero bellissimo con adorabili fiori color indaco. A destra della stanza c’era un enorme armadio, e uno era aperto. Meraviglia: in quel cassetto aperto c’erano, messi in ordine, migliaia di diamanti e smeraldi, di colore e grandezza diverse.
- Questa stanza è… meravigliosa!- esclamò Giselle, affascinata.
- Vieni, siediti sul letto e parlami di te. Dove vivono i tuoi genitori?-
- No, sono morti entrambi quando avevo cinque anni. Sono povera, vivo con i miei nonni e ho dodici anni. Vado a scuola, ma quando è festa accompagno la nonna al mercato. I miei nonni lavorano sodo, dalla mattina alla sera e, anche se poveri, voglio loro un mondo di bene, perché sono vitali e sempre allegri, ma soprattutto mi amano.
Madalè allora le disse:
- Se sei così povera, perché non ti fai adottare da noi? La ricchezza per te sarà certa, la vita sarà bella, non sarai più una ragazza che mette sempre le stesse cose. Che ne dici?-
Giselle divenne seria e disse:
- Mia cara amica, so che ti sta a cuore il mio futuro, ma io sono come un fiore: ti prego, lasciami nel campo della mia campagna, fammi crescere rigogliosa, anche se con poca acqua; nel tuo prato appassirei e, anche se di acqua tanta ne berrei, non avrei mai la felicità che è adesso nel mio cuore: solo adesso sono felice, insieme ai miei nonni, che faticano ma che sono coccoloni e sinceri, solo loro mi capiscono, solo loro sanno quel che sono. Capisci?-
Madalè sorrise e disse:
- Capisco quel che provi, mia cara amica. E credo che non c’è bisogno che venga a vivere nel mio castello per essere mia sorella: noi due lo siamo già.-
Fu così che la magica amicizia tra Giselle e Madalè divenne più che amicizia: un qualcosa che tennero racchiusa come il bene più prezioso in una magica cassaforte personale e metaforica.

Forse è solo un sogno la sincera amicizia fra due mondi così diversi: ma se c’è la possibilità, perché non sognare…

Sezione Poesia Senior

1° Premio - Anna Cottini - Al di là del muro
L’edera saccheggia
il muro di confine;
lucertole nascondono
il bottino fingendo una danza,
onde flessuose ubbidienti al sole.
Bruciano le pietre
nel delirio dell’arsura;
occhi bruni spiano
segreti avvolti in candidi pizzi,
movimenti di capelli e fianchi.
Al di là del muro
forse volano farfalle
sulle rose selvatiche.
I fichi gridano l’estate
aprendo la passione:
alito dolciastro,
vecchi crocifissi alle pareti,
vesti nere a nascondere
ferite e divieti.
Fugge la serpe,
zingara impaziente
nel canto ipnotico
di cicale predatrici.
Si riposa ebbra una giara
custodendo storie di sudore.
Si ricama la sera
di gusto salmastro,
s’acquietano i grilli
nell’intrigo della notte;
lucciole e stelle si confidano:
è il loro turno.
Il silenzio si fa brivido.
Solo al di là del muro
si baciano gli amanti.

2° Premio - Tiziana Curti - Parole Fruscianti

Sono doni fruscianti le parole,
soffi di miele e vento nella sera.
Ed io li ho distillati,
li ho versati nell’onda alta che sale
il lampo del corallo tra gli anfratti,
come terra straniera.

E vorrei scivolarti sulla pelle.
Essere come, non si fosse stati,
come un abito nuovo.
Palpitanti poi, vennero le stelle
E presero dimora dentro gli occhi
Simmetrici alleati.

Goccia il sapore sopra le mie labbra,
guizzanti smeraldine dentro al rovo,
lucertole tra i sassi
disegnano le fughe sulla sabbia,
dove rinasce sempre la fenice
in un tracciato nuovo.

Se vuoi puoi far fiorire anche le pietre,
col vento che scompone i rami ai frassini,
parola che accarezza
e che disperde il suono delle cetre,
stai tra la sicurezza e lo stupore
movendo lenti passi

dentro un viaggio che non conosciamo


3° Premio - Elena Zucchini - E più non t'amo

E più non t'amo!
Ed ali di cristallo
alla colomba ho dato
che languiva nell'uggia dell'autunno,
stretta fra le mie mani, eppure viva.
Bastano tre parole
- chiavi d'aria e di luce -
a spalancare trappole dorate,
reti di baci dolci e di carezze,
trame di labbra amare divenute.

E più non t'amo!
Ti riconsegno dal deserto al mondo:
seni e candori,
bocche e rossori ed occhi di rugiada,
aliti lievi e incogniti profumi...
e tocchi che riaccendono stupori.

E più non t'amo!
Conoscerai di nuovo le prigioni
di tenui artigli che serrano il cuore,
un cuore che rampolla e rinverdisce
perché la vita sempre, sempre impera.
Son le mie dita schiuse
a spingerti ai sorrisi dell'aurora,
a spingerti dall'ombra all'orizzonte
chiaro di sole,
fresco di vento e mare...
e l'onda ti solleva fino al cielo
fra spume che sfavillano di sogni
e brividi di perle e goccioline...

Solo perché non t'amo
posso donarti tanta primavera!

Sezione Poesia Junior

1° Premio - Olga Maria Viterbo - Vedo una stella
E’ notte fonda nella casa della tristezza
Io mi affaccio e vedo il nero immenso.
Ma una luce viene e mi rapisce
Ogni mio desiderio esaudisce.
Vedo una stella lontana
Una sensazione strana .
Che stupore!!
I colori risplendono
Nella casa della tristezza,
La speranza si tinge di rosso
La felicità di blu
L’arcobaleno impazzisce
Il sole si sveglia.
La stella ha avverato il mio desiderio.

2° Premio - Elena Fabiani - Un cielo stellato
Un cielo stellato
è un cielo illuminato
da stelle dorate
che splendono nel buio
facendolo diventare immenso
perfetto e irraggiungibile
come un vellutato materasso.


3° Premio - Matteo Gamannossi - Gli occhi del lupo
Gli occhi del lupo
guardano fissi la neve
le sue zampe si muovono piano
la sua bocca
respira velocemente.
Ora, i suoi occhi gialli
come le foglie
e il muschio d’autunno
fissano il niente.

Sezione Fotografia B/N Senior



1° Premio
- Rebecca Fedeli - Ho toccato una stella

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2° Premio - Samuele Romano - Il mare attraverso una finestra

3° Premio - Ylenia Busolli - Trittico




Sezione Fotografia B/N Junior


1° Premio
- Gemma Marchi - Tramonto sul fiordo


2° Premio - Marianna Scarcella - Ritratto


3° Premio - Alessio Nuti - L'arpa


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