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IoRacconto4 2011
Sezione Narrativa Senior
1) Aristide Bellacicco - Gabbiani e Prigione
2) Stefano Rizzi - Paranoico
3) Marco Ernst - Un caso lampante
LE OPERE
Aristide Bellacicco - Gabbiani e prigione
I gabbiani mi hanno sempre affascinato. Una volta usavano il cortile come pista di atterraggio. E’ qui che insegnavano ai piccoli a volare. Il fiume non è lontano, ma i gabbiani preferivano radunarsi su questo piazzale di cemento chiuso fra le alte mura intonacate di giallo. Urlavano tenere parole stridule per ammaestrare. Qui nessuno li disturbava.
Durante l’ora d’aria io e Gennaro ci fermavamo nell’angolo più lontano da tutti per fumare in pace. Non siamo mai riusciti a legare con gli altri. Non per disprezzo, e nemmeno per paura, ma per la pena che ci dava ascoltarli. Non facevano che parlare di avvocati, di processi, e di fughe. Tutte cose false, ambigue o impossibili. Era meglio concentrarsi sulla vita dei gabbiani. Erano bellissimi e distanti. Ai gabbiani abbiamo sempre invidiato il volo e l’indifferenza, quel loro cieco essere se stessi senza speranza né desiderio di cambiare. Mai una volta, lo giuro, ci siamo detti: sapessimo volare anche noi, ce ne andremmo da qui. Non avevamo secondi fini, li guardavamo con disinteressata ammirazione. Il nostro più grande desiderio era di diventare compatti ed inconsapevoli come loro. Essere e basta. Né liberi né prigionieri, non uomini giusti e nemmeno colpevoli, uscire dall’alternativa fra fuori e dentro.
Gennaro mi diceva: "Caro dottore, siamo detenuti e questo è tutto, bisogna rassegnarsi e aspettare."
Io gli davo ragione, perché Gennaro era un epicureo materialista e genuinamente ateo e come tale degno di considerazione. Ma qualcosa mancava.
Una volta glielo dissi: "Però, amico mio, quello che ancora non sappiamo fare è essere totalmente due detenuti, due detenuti e basta."
Gennaro mi guardò aspirando una boccata di fumo così lunga da sembrare che volesse diventare tutt’uno con la sigaretta. Poi mi chiese: "Ma in che senso?" Diceva sempre così quando non aveva una riposta pronta, gli serviva per prendere tempo.
Tre giorni dopo Augusto e Gino presero il volo. Ma poiché non erano gabbiani, furono ingabbiati di nuovo a fine settimana. Si erano nascosti a casa della sorella di Piero, che era uscito a fine pena da tre mesi. La polizia era andata a colpo sicuro. Si presero un anno di isolamento. Vedi, dissi a Gennaro, se fossero stati totalmente dei prigionieri, questo non sarebbe successo. E’ stata la loro ipocrisia, la doppiezza che covavano dentro a rendere inutile la loro fuga. Gennaro disse: Non so. Ma secondo me aveva capito. Da quella volta ci concentrammo ancora di più sui gabbiani. Dopo un po’ comprendemmo che la chiave di tutto stava nello sguardo. I gabbiani hanno gli occhi sui due lati della testa. E’ questo che impedisce loro di guardare davanti. Un gabbiano, in sostanza, vede molto più e molto meno di noi. Dopo qualche giorno Gennaro mi disse: "è il fatto di avere gli occhi sul davanti della testa che ci frega. Se guardassimo solo di lato, saremmo salvi". C’era arrivato. Cominciammo a parlare con gli altri. All’inizio fu difficile, perché il nostro volontario isolamento aveva reso tutti molto diffidenti nei nostri confronti. Ma col tempo, e con la mansuetudine, i nostri compagni cominciarono ad aprirsi. Il punto non era l’avvocato o il processo, e nemmeno la colpevolezza o l’innocenza. Il punto era diventare come i gabbiani, e guardare di lato. Allora tutti, storcendo gli occhi, cominciarono ad accorgersi che la prigione non aveva muri sui lati. L’unico bastione era davanti a noi, nel punto dove eravamo abituati a guardare con ostinata concentrazione. A destra e a sinistra non c’era nulla. Quando gli altri capirono la vera natura della situazione, furono invasi dall’emozione della libertà e ci dissero: "Ma allora perché non scappiamo adesso, camminando di lato?" Erano quasi decisi a farlo quando mi rivolsi loro. "Fratelli" dissi "Non è il momento. Dobbiamo prima diventare gabbiani."
Ci fu un cupo mormorio.
"Cosa aspetti", gridò uno "Che ci spuntino le penne sul sedere?"
"No, gli risposi, figurati, ma invece di scappare noi, facciamo entrare qui tutti quelli che credono di stare fuori. E’ semplice, basta che trovino il punto dove il muro non c’è. Devono solo camminare guardando di lato."
I primi ad arrivare furono le mogli di Augusto e Gino. Portarono materassi, lenzuola e reti più comode e si sistemarono nelle celle di isolamento che, se uno non guardava fisso il muro che aveva di fronte, diventavano grandi come appartamenti di cinque stanze. Le guardie non si accorsero di nulla perché non avevano mai seriamente preso in esame i gabbiani e continuavano a guardare diritti davanti a sé. Poi è arrivata mia sorella, la donna di Gennaro e tanti altri, uomini e donne, e si sono sistemati nella prigione che, a forza di guardare di lato, è diventata grandissima. All’inizio della primavera abbiamo visto Piero attraversare il cortile. Mi ha abbracciato tutto allegro. "Dottore, mi ha detto, ormai lo sanno tutti."
In effetti, ora la prigione è piena di gente. Mangiamo tutti insieme a mensa e le donne, e anche qualcuno degli uomini, si occupano della cucina, Gli addetti non se ne accorgono, intenti come sono a guardare fissi nella direzione del loro naso. Si sta davvero bene. Io la mattina porto i bambini a guardare i gabbiani e parlo con loro del volo e dell’essere. Capiscono tutto. "Allora la prigione non c’è" mi dice ogni tanto il figlio di Antonio. Io gli rispondo che non è proprio così, la prigione c’è, ma sta solo davanti a noi. "L’errore" gli dico "Era quello di voler scappare a tutti i costi. Bisognava invece convincere gli altri a venire qui. Noi siamo dei prigionieri e lo resteremo per sempre, ma che importa se possiamo stare in compagnia di tante brave persone, di amici e di ragazzi intelligenti come voi?"
"E se i guardiani si accorgono che i muri di lato non esistono?" Mi chiedono a volte i bambini.
"Meglio così", rispondo, "In quel momento saranno liberi anche loro."
Poi un gabbiano grida di gioia e noi riprendiamo ad occuparci di cose più belle e fantastiche.
Stefano Rizzi – Paranoico
Pensate che io sia paranoico, lo so. Ma vorrei vedere voi a fare la mia stessa vita. Trascorreteli voi i vent’anni che ho trascorso, e poi anch’io potrò giudicarvi, con altrettanta leggerezza.
Ci sono giorni in cui li noto mentre fingono di osservare una vetrina o mentre chiacchierano amabilmente sorseggiando un caffè. Sono bravissimi a mimetizzarsi, ma in realtà lo so, mi osservano divertiti e, se li guardo attentamente, posso perfino scorgere quel maligno sorrisetto che contraddistingue certi personaggi. Mi deridono quei maledetti bastardi, pensano che io sia troppo stupido per accorgermene, ma si sbagliano di grosso, e presto se ne accorgeranno.
Da quando sono venuto al mondo non ho combinato nulla di buono, o almeno questo è quanto vanno sostenendo i miei genitori ad alta voce, tutte le volte in cui corrono a tirarmi fuori dai guai. Se solo si sforzassero un po’, se solo si soffermassero a riflettere, magari riuscirebbero a capire che sono così perché così mi hanno portato ad essere. Forse l’hanno fatto senza cattiveria e probabilmente mia madre avrà anche avuto le sue "valide" ragioni, quando ha convinto quell’idiota di mio padre a caricarmi di un fardello che nessuno in questo paese sarebbe stato in grado di sopportare. Fatto sta che sono il prodotto della loro idiozia e nient’altro.
Ho convissuto da sempre con l’odioso regalo e già dall’età di sei anni ho iniziato a valutare l’idea di fuggire da questo mondo, regalando ai miei genitori un rimorso da portarsi dietro per tutta la vita. Ricordo ancora quel giorno per le strade di Milano. Non avevo ancora individuato la ragione di tutta la mia rabbia però, come al solito, cercavo di far dannare l’anima di mia madre fingendo di gettarmi sotto ogni tram in circolazione. Lei mi seguiva flaccida e stremata urlandomi dietro il suo affannato terrore: "Kevin, amore mio, aspettami!".
Tutto ad un tratto il mondo, il mio mondo, acquistò un senso compiuto. Da quel momento capii l’origine del mio malessere ed il motivo di tutto quell’astio che mi bruciava l’anima. Ma secondo voi è possibile che, per dare una parvenza di realtà ai propri sogni repressi, una donna chiami suo figlio Kevin Brambilla? E tutto questo solo ed esclusivamente per poter provare un non so quale perverso brivido mentre gli grida a squarciagola: "Kevin amore mio"!
La vita è una straordinaria fregatura. Ci troviamo a viverla senza la possibilità di decidere un bel niente. Tanto per cominciare non decidiamo noi di venire al mondo, non decidiamo noi da quali genitori nascere, né tantomeno possiamo partecipare alla scelta del nostro nome (che siate maledetti). Stringiamo amicizia con delle persone che per caso si trovano a vivere nel nostro medesimo quartiere, frequentiamo una scuola dove veniamo plagiati al punto tale che, quando poi ne usciamo, non siamo più in grado di mettere in discussione nulla dell’orrore che ci circonda. Chi fra di noi si dimostra più duro da piegare cerca di gridare, alla massa confusa, parole che dovrebbero portarla alla ribellione, ma nessuno gli dà retta, finché anche quella povera voce fuori dal coro, presto o tardi, finisce per spegnersi, sopraffatta da una precoce vecchiaia. E quindi tutti (guardatevi bene allo specchio e forse vi vedrete parte di questa comunità globale) ci troviamo a vivere una vita che non è la nostra, a percorrere una strada che non abbiamo deciso di seguire, con l’obiettivo di perpetuare qualcosa che egoisticamente i nostri genitori (e il mondo intero) vogliono che noi facciamo.
Se avete seguito il mio consiglio, se vi siete guardati bene allo specchio e avete avuto la sensazione di non vedere davvero il vostro volto, ma il volto che qualcuno vi ha cucito addosso, allora forse per voi (come per me) non è troppo tardi. Forse il plagio non ha raggiunto il vostro midollo e siete ancora in tempo per liberarvi.
Non è stato semplice acquistare il materiale necessario, ma molto più agevole è stata la ricerca delle istruzioni. Nel web bastano pochi click per conoscere tutto ciò che c’è da sapere ed in poche ore ci si può trasformare in un’arma di distruzione di massa. Bisogna però fare molta attenzione e prendere le dovute precauzioni perché, non lo nascondo, aggirandomi per certi siti mi sento addosso gli stessi sguardi beffardi che mi perseguitano per la strada. Sono certo che quei bastardi stanno anche lì a spiarmi, arrivando fino al punto di deridere la mia smania vendicatrice. Probabilmente non mi reputano abbastanza in gamba per farlo, anzi di certo mi considerano un idiota totale all’altezza del mio nome.
Ho già cercato in tanti modi di avere la mia rivincita, ma questo fardello mi ha finora chiuso ogni possibile strada. Nemmeno gli anarchici mi hanno voluto! Evidentemente la diffusa crisi di vocazione non era comunque abbastanza drammatica per far chiudere loro un occhio, accettando uno che su di sé porta il marchio dell’infamia capitalista. Ora però ho trovato la mia vera strada e so che posso fare tutto da solo. So che posso lasciare un segno talmente grande da cancellare per sempre l’ombra di ridicolo che circonda la mia persona, sostituendola con quella ben più terrificante della devastazione assoluta.
E’ arrivato il grande giorno. Indossato il mio consueto costume da idiota mi diverto a guardare i presto morenti che (anche oggi!) mi deridono di sottecchi. Ancora pochi passi e potrò premere il bottone cancellando dalla faccia della terra questi orrendi casamenti. Ancora pochi istanti e tutta la mediocrità del mondo che mi ha sottovalutato deridendomi, verrà drammaticamente alla luce. Mi dispiace solo che l’opera pretenda il mio sacrificio e che mai da nessuna voce sentirò uscire parole di riscatto.
In solo insignificante istante di esitazione è stato determinante. Uno di quei bastardi che fingevano di guardare la vetrina si è girato e mi ha piantato un proiettile in piena colonna vertebrale. Ricordo tutto perfettamente. Mi è sembrato di vederlo dire la consueta volgarità nei miei confronti all’amico di spalle, sollevare il braccio proprio nell’attimo in cui stavo per premere il bottone del detonatore e scagliare una pallottola con una precisione cinematografica. Ho visto il proiettile arrivare (sì, forse ora a mente fredda posso pensare di averlo solo immaginato) e l’ho sentito mentre entrava con rumore sordo nel mio sterno, sfiorava il cuore e frantumava le vertebre. Come avevo previsto Kevin Brambilla oggi ha aperto il telegiornale della sera. Hanno detto che la DIGOS l’aveva pedinato per anni e l’hanno descritto come un disadattato pazzo talmente inutile ed incapace, che non è stato nemmeno in grado di morire!
Marco Ernst – Un caso lampante
Quando il commissario Alfonso Grieco, sezione omicidi della questura di Milano, arrivò in taxi (lui non possedeva una macchina propria) sul luogo della chiamata, erano già là tutti, schierati come un picchetto d’onore: c’erano il tenente Marchetti della scientifica, il dottor Riva, medico legale, il sostituto procuratore Santambrogio e i due aiutanti fidati di Grieco: Trentin e Jovine.
“Alfonso, che ci fai tu qui? Questo non è un caso per la omicidi: è così lampante che sarei in grado di risolverlo anche io da solo!” Lo apostrofò il suo amico di vecchia data, il dottor Riva che stava, come sempre, divorando un enorme panino con la mortadella, sbucato da chissà dove.
Quando aveva ricevuto la chiamata Grieco era a casa a preparare la valigia: il mattino seguente alle otto circa aveva il treno per Sestri Levante, per i suoi unici dieci giorni di vacanza ad abbuffarsi di trenette e fritto misto da Bono, la pensione dove andava da anni, situata in una viuzza in discesa proprio davanti alla stazione e a non più di duecento metri dal mare.
Era fine luglio e molto del personale in forza alla questura di Milano era già in ferie, quindi avevano pregato lui di rispondere alla chiamata anche se, in realtà, era già in ferie: non avrebbe dovuto nemmeno rimandare la partenza, visto che il caso era così chiaro e lampante che non c’erano indagini da fare, solo un breve rapporto e sarebbe potuto partire sol suo intercity dal mattino dopo con già nelle narici il profumo del pesto fresco.
Fu Trentin a venirgli incontro: nemmeno lui aveva voglia di scherzare di fronte a quella scena “La solita storia di tutte le estati: i vicini non vedevano l’uomo da alcuni giorni, hanno provato a suonare e hanno sentito l’odore filtrare da sotto la porta. In un primo tempo hanno pensato ad una fuga di gas, poi hanno realizzato che non era puzza di gas, ma di morte e hanno chiamato noi e i pompieri ed eccoci qua…”.
Anche se il caso era così lampante, occorreva comunque qualche testimonianza.
Forse anche i giornali, poveri di notizie in quel periodo, gli avrebbero dedicato qualche riga:
“Eutanasia e suicidio in una villetta alla periferia di Milano”.
E sotto:
“Ennesima tragedia della solitudine” e bla bla e bla bla solo per incuriosire i lettori e riempire giusto una mezza colonna vuota fra un “avvista VIP” e l’altro, ma il vero dramma, il dolore che c’era dietro quel caso così lampante, non interessava a nessuno: bisognava essere lì, sul posto, sentire quell’odore, vedere quella scena, per capire…
La vicina che aveva dato l’allarme stava sulla porta della villetta a schiera accanto a quella della tragedia; teneva un fazzoletto in mano, un po’ per l’odore nauseabondo che sempre più si stava diffondendo, un po’ per asciugarsi le lacrime. Appunto, bisognava vedere, per capire.
Due precisi colpi di pistola alle tempie, due esplosioni che nessuno in una città come Milano sente più.
“Conosceva bene l’uomo, signora?” Esordì il poliziotto con quella classica domanda di routine.
“Bene no, non lo conosceva nessuno: usciva poco, era gentile, salutava, ma per il resto faceva vita solitaria. Conoscerlo almeno di vista, lo conoscevo da quasi vent’anni, da quando lui e la sua compagna sono venuti ad abitare qui. Poi lui è andato in pensione, non so neppure che lavoro facesse, e negli ultimi anni lei, Nives, si è ammalata: del resto era molto vecchia… prima è diventata cieca, poi non camminava più! Povero signor Arturo, era la sua unica ragione di vita e, negli ultimi giorni li sentivo fino da casa mia: lei si lamentava e lui piangeva. I colpi, però, non li ho sentiti: forse ero fuori per la spesa, forse dormivo o guardavo la televisione…” La donna riprese a piangere. Quanto dolore e quanto amore doveva esserci stato in quell’atto estremo. A breve sarebbero arrivati i due furgoni per i due corpi e tutto sarebbe finito: due righe di rapporto, la firma del magistrato e lui sarebbe potuto partire per il mare, ma non sarebbe riuscito a scordare tanto facilmente quella scena e, invece dell’odore del pesto, gli sarebbe rimasto nelle narici quello della morte.
Ancora una volta Grieco si domandò perché mai avesse scelto quel dannato mestiere: non era meglio mettere la testa sotto la sabbia, ignorare situazioni come quella, leggerle sul giornale senza esserne coinvolto emotivamente? Forse era proprio il momento di smettere, di pensare alla pensione, anche se lo stesso proposito lo faceva al termine di ogni caso.
Ma questo… questo era diverso, qui c’era un dolore senza confini, il dolore di essere soli, il dolore di avere un unico affetto nella vita e vederlo andarsene, sapendo che non ce ne sarà mai più un altro, che è troppo tardi per ricominciare daccapo. Lui, Grieco, non aveva mai avuto un amore, era sempre stato solo con quel suo lavoro maledetto che non gli lasciava il tempo neppure per se stesso. Non aveva avuto l’amore passionale della gioventù e nemmeno quello profondo della senilità. Però capiva, capiva cosa doveva aver provato quell’uomo, quanto gli doveva essere costato quel gesto: sarebbe stato così facile spararsi, senza dover dare prima la morte, anche se quello era stato un immenso atto di amore e di pietà: soffrire per non far soffrire e poi andarsene per non dover sopportare lo strazio della solitudine senza l’unico ed ultimo affetto della propria vita. Forse, tutto sommato, invidiava quell’uomo, anche se un grande amore porta poi sempre a un grande dolore; d’altra parte vivere senza affetti non è vivere: per amare, per essere amato, prima o poi bisognerà pagare un grande prezzo, ma ne sarà valsa la pena. Il caso era lampante: non c’era pericolo d’inquinare la scena di un crimine, per cui il commissario Grieco andò in bagno e vi si chiuse dentro.
Gli stava montando ad ondate un feroce mal di testa, come sempre in situazioni di stress emotivo.
Nell’angusto locale si sciacquò il viso e fece una cosa che non aveva mai fatto sul lavoro, e che i suoi uomini non avrebbero mai dovuto sapere: pianse.
Fuori, nel frattempo, erano arrivati i due furgoni: quello dell’obitorio caricò il corpo del signor Arturo, l’altro si occupò della Nives, il suo cane.